Per capire che cosa si impara durante la formazione Ipopressivi Italia, proviamo ad aprire per un momento la porta di una lezione e a guardare da vicino una prova pratica.
Un’allieva è in piedi, nella posizione di Venere, una delle posture di base del Metodo Ipopressivo Multidisciplinare. Sta provando a coordinare la posizione con l’inspirazione tridimensionale, ma tiene la testa leggermente proiettata in avanti, le spalle chiuse e il torace abbassato.
La formatrice la osserva, le lascia completare il tentativo e poi le fa notare la posizione della parte superiore del corpo. La invita a recuperare l’autoallungamento della colonna, a riorganizzare testa e spalle e a provare nuovamente a inspirare.
Il motivo della correzione è preciso: con il torace abbassato e le spalle intraruotate, la gabbia toracica ha meno possibilità di espandersi durante la respirazione. Correggere quella posizione crea condizioni più favorevoli all’espansione ricercata dal MIM. Continuare con il torace chiuso, invece, significherebbe esercitarsi mantenendo proprio quella limitazione.
L’allieva può così comprendere perché la formatrice sia intervenuta. Un particolare della postura, che fino a quel momento le era sfuggito, acquista un significato preciso. E una conoscenza incontrata durante lo studio trova finalmente un riscontro nel movimento.
È un piccolo esempio di ciò che accade quando si comincia a imparare il MIM. Ma per chi vuole insegnarlo, che cosa significa davvero acquisire questa competenza?
Che cosa si impara nella formazione Ipopressivi Italia?
Per comprendere il motivo di quella correzione, l’allieva deve sapere qualcosa del funzionamento della respirazione, dell’organizzazione posturale e del modo in cui la gabbia toracica si muove durante l’inspirazione.
Sono conoscenze che fanno parte della formazione MIM, insieme allo studio dell’anatomia, degli esercizi e delle loro varianti, delle catene miofasciali, della neurodinamica e della neuroeducazione.
Il corpo viene studiato attraverso elementi differenti, che nella pratica si incontrano continuamente.
Prendiamo la respirazione MIM. Nell’inspirazione tridimensionale si ricerca un’espansione della gabbia toracica nelle diverse direzioni. Nell’espirazione ascendente, invece, il lavoro addominale procede «in dentro e su», mentre il tronco mantiene il proprio allungamento.
Conoscere queste indicazioni significa iniziare a capire che cosa viene richiesto al corpo nelle diverse fasi dell’esercizio. Studiare come funzionano il diaframma, la gabbia toracica e le strutture coinvolte aiuta a comprenderne le ragioni.
È una preparazione che permette di avvicinarsi alla pratica con riferimenti più precisi. La teoria offre le conoscenze per interpretare un movimento; durante le esercitazioni quelle conoscenze possono essere riconosciute, approfondite e messe alla prova.
Alcuni collegamenti risultano immediati. Altri diventano chiari soltanto quando si comincia a lavorare direttamente sulle posizioni.

Riconoscere ciò che durante un esercizio può sfuggire
Quando si prova una posizione nuova, può capitare di concentrarsi soprattutto sulle indicazioni da ricordare. Si cerca di allungare la colonna, sistemare le braccia, coordinare il respiro. Nel frattempo, qualche particolare può sfuggire.
L’osservazione si affina anche attraverso l’esperienza. A poco a poco si impara a prestare attenzione a ciò che succede mentre il corpo mantiene una posizione o passa da un movimento all’altro.
Pensiamo alle diverse configurazioni delle braccia previste dal MIM.
In Venere bassa, media e alta, la disposizione degli arti superiori cambia e con essa cambiano anche le richieste sulla gabbia toracica e sull’apertura costale. Nelle lezioni della formazione viene inoltre sottolineata l’importanza della resistenza muscolare necessaria per mantenere le braccia sollevate.
Un’allieva può riuscire a portare le braccia nella posizione richiesta e trovare più impegnativo mantenerle nel tempo. All’inizio la postura appare raggiunta, ma dopo qualche istante la fatica comincia a farsi sentire.
Osservare l’esercizio significa accorgersi anche di questo: la posizione iniziale racconta una parte del lavoro, il modo in cui viene mantenuta ne racconta un’altra.
Durante la formazione, questi dettagli diventano occasioni per affinare lo sguardo. Le conoscenze tecniche aiutano a riconoscere ciò che merita attenzione e le prove pratiche permettono di familiarizzare con aspetti che, all’inizio, possono passare inosservati.
Con il tempo si impara a guardare un movimento con maggiore precisione, comprendendo meglio quello che accade durante la sua esecuzione.
Saper eseguire non basta: come si impara a insegnare
C’è poi una difficoltà che chi insegna conosce bene: avere chiaro un concetto e accorgersi che le parole utilizzate per spiegarlo non sono arrivate come ci si aspettava.
Prendiamo una parola molto comune nel MIM: autoallungamento. Chi conosce il metodo sa a quale organizzazione posturale si riferisce. Per chi la incontra per la prima volta, però, «autoallungati» potrebbe essere un’indicazione difficile da tradurre in movimento.
Può allora essere utile richiamare l’attenzione su riferimenti più riconoscibili: la posizione della testa, l’allungamento della colonna, il modo in cui si dispone il torace. La persona ha così qualcosa di concreto su cui orientare la propria attenzione.
Nella formazione MIM si lavora anche su questo aspetto dell’insegnamento. Le indicazioni, chiamate cues, possono essere verbali, visive, tattili o cinetiche. Fra gli ambiti approfonditi durante il percorso c’è infatti anche la neuroeducazione, che affronta la scelta delle parole, la comprensione dei messaggi e la possibilità di spiegare uno stesso concetto in modi differenti.
Perché ciascuno arriva con esperienze e conoscenze proprie. Una spiegazione può essere chiarissima per una persona e lasciare qualche dubbio a un’altra.
E lo stesso vale quando è chi pratica a cercare le parole per raccontare ciò che sente.
Un semplice «mi fa male qui», per esempio, può non essere sufficiente a capire di quale sensazione si stia parlando. Prima di darle un significato, occorre ascoltare, fare qualche domanda e aiutare la persona a descrivere meglio ciò che sta provando.
È uno scambio che richiede attenzione da entrambe le parti. Chi insegna deve riuscire a farsi capire, ma deve anche comprendere le risposte che riceve, soprattutto quando qualcosa rimane poco chiaro.
Durante la formazione si comincia a esercitare anche questa capacità: trovare indicazioni comprensibili, osservare come vengono accolte e imparare a usare il linguaggio per accompagnare l’apprendimento.

Quando la teoria prende forma nella pratica
La correzione ricevuta durante l’esercizio di Venere può essere il momento in cui qualcosa, già incontrato durante lo studio, diventa finalmente chiaro.
L’allieva ha affrontato il funzionamento del diaframma, l’espansione della gabbia toracica e il rapporto fra postura e respirazione. Sono conoscenze che le permettono di capire perché la formatrice richiami la sua attenzione sulla posizione della testa, delle spalle e del torace.
Durante l’inspirazione tridimensionale si ricerca un’espansione toracica nelle diverse direzioni. Ecco allora che quella correzione acquista un significato: con le spalle chiuse e il torace abbassato, l’espansione risulta limitata; recuperando un’organizzazione posturale più favorevole, l’allieva può riprovare il movimento nelle condizioni richieste dal metodo.
Quello che prima conosceva attraverso una spiegazione, adesso riesce a collegarlo a ciò che sta facendo.
È questo uno degli aspetti più interessanti dell’incontro fra teoria e pratica nella formazione MIM. Le lezioni teoriche approfondiscono le strutture anatomiche e i principi del metodo; le esercitazioni permettono di confrontarsi direttamente con le posizioni, la respirazione e la coordinazione dei movimenti.
Si lavora, per esempio, su posture statiche nelle quali mantenere l’allungamento della colonna mentre si coordina la posizione con l’inspirazione tridimensionale e l’espirazione ascendente.
Una spiegazione ascoltata durante una lezione può diventare più comprensibile quando si prova a eseguire il movimento. Oppure una difficoltà incontrata durante l’esercitazione può far tornare alla mente un concetto studiato in precedenza, aiutando a comprenderlo meglio.
Non tutto riesce al primo tentativo. Si prova, si ricevono indicazioni, si riprova. E, poco alla volta, ciò che si è studiato comincia a diventare qualcosa che si sa riconoscere nel movimento.
Una preparazione da portare nel proprio lavoro
La formazione Ipopressivi Italia si rivolge a professionisti provenienti dagli ambiti del movimento, del fitness, dello sport e della salute. Le conoscenze acquisite possono essere integrate nella propria attività nel rispetto delle qualifiche e delle competenze professionali già possedute.
Per chi desidera insegnare il MIM, formarsi significa approfondire gli esercizi ipopressivi e imparare a comprenderli, eseguirli e trasmetterli, facendo dialogare preparazione tecnica ed esperienza pratica.
L’esempio di Venere ci ha mostrato una piccola parte di questo percorso. L’allieva ha imparato a riconoscere una posizione che limitava l’espansione toracica, a correggerla e a comprenderne il motivo. Sono passaggi che, attraverso lo studio e le esercitazioni, contribuiscono a costruire il bagaglio professionale di chi insegnerà il metodo.
Per conoscere più da vicino questo percorso è possibile approfondire la Formazione MIM di Ipopressivi Italia.
