Incontinenza urinaria nelle atlete: quanto è diffusa e perché parlarne - Ipopressivi Italia
scena di una sportiva mentre compie esercizi con la presenza della docente

Incontinenza urinaria nelle atlete: quanto è diffusa e perché parlarne

A volte, nello sport, ci sono segnali che vengono sistematicamente messi da parte. Non perché siano rari, ma perché sembrano difficili da nominare nel posto giusto.

Una perdita di urina durante un salto, una corsa o uno sforzo può essere liquidata come un incidente da nascondere, qualcosa che “capita” e che l’atleta impara a gestire da sola. Ma quando succede a un corpo giovane, forte, allenato, abituato alla performance, quel segnale merita uno sguardo più attento.

Non si tratta solo di superare l’imbarazzo. C’è qualcosa che viene prima e che influenza un aspetto che precede qualsiasi forma di pudore o disagio: la consapevolezza di ciò che sta accadendo davvero. Per questo bisogna creare le condizioni perché l’atleta sappia quali segnali osservare, quando fermarsi a fare una domanda e a chi rivolgersi.

Parlare di incontinenza urinaria nelle atlete significa costruire consapevolezza: tra impatto, carichi, respiro, pressioni interne e pavimento pelvico. Nel MIM questo cambio di sguardo è centrale: prima di correggere, bisogna imparare a osservare.

Succede più spesso di quanto si dica

I numeri sono chiari: l’incontinenza urinaria nelle atlete è molto meno rara di quanto siamo abituati a pensare. Non riguarda solo donne adulte, post-parto o persone che hanno già una diagnosi. Può comparire anche in ragazze giovani e sportive allenate, anche ad alti livelli.

I dati degli ultimi anni mostrano una presenza significativa delle disfunzioni del pavimento pelvico nella popolazione sportiva femminile:

  • Le donne che fanno esercizio fisico risultano esposte a un rischio tre volte maggiore di incontinenza urinaria;
  • Negli sport ad alto impatto, fino all’80% delle atlete può riferire una qualche forma di disfunzione del pavimento pelvico.

In alcune discipline, soprattutto quando salti e atterraggi sono ripetuti, le perdite urinarie non sono quindi un’eccezione isolata. Questi dati mettono in crisi un’immagine ancora molto radicata: quella dell’atleta come corpo sempre efficiente, controllato, capace di reggere tutto.

Ma un corpo può essere forte e performante, e allo stesso tempo avere difficoltà a gestire alcune pressioni interne. Può sostenere carichi importanti e mostrare segnali di sovraccarico in zone che restano poco ascoltate. L’incontinenza urinaria, allora, non è un dettaglio da archiviare in silenzio. È un segnale che appartiene alla salute sportiva dell’atleta.

primo piano di braccia che fanno esercizi di sollevamento verticale

Un corpo allenato non è automaticamente protetto

Siamo abituati a pensare che un corpo allenato sia, per definizione, capace di proteggersi. Se un’atleta corre, salta, migliora i propri tempi o sostiene allenamenti intensi, viene spontaneo immaginare che abbia anche una buona gestione di tutto ciò che accade durante lo sforzo. Ma l’allenamento non educa sempre a leggere il corpo in profondità.

Un’atleta può conoscere molto bene il gesto tecnico, il ritmo, la fatica, il limite da spostare. Può sapere quando una prestazione è buona e quando qualcosa non funziona. Ma questa conoscenza riguarda spesso ciò che serve a performare: andare più veloce, saltare meglio, resistere di più, controllare il movimento.

Molto meno spazio viene dato a quello che accade mentre quella performance viene costruita: come cambia il respiro sotto carico, dove si concentra la pressione, come risponde l’addome durante un salto, che cosa fa il bacino quando l’impatto si ripete, se il pavimento pelvico partecipa al gesto o lo subisce.

È qui che l’incontinenza urinaria nelle atlete va letta con più attenzione. Non come una contraddizione rispetto al fatto di essere forti. E neppure, subito, come il segnale di un pavimento pelvico semplicemente “debole”. Può indicare che il corpo sta sostenendo la prestazione, ma non sta distribuendo bene ciò che quella prestazione gli chiede.

La domanda, allora, cambia. Non solo: “quanto è allenata questa atleta?”. Ma: “che cosa succede al suo corpo mentre sostiene quello sforzo?”.

Il punto cieco: molte atlete non hanno parole per leggere quello che sentono

Se una atleta o una persona sportiva non è stata educata a osservare ciò che accade dentro il gesto, può sentire una perdita durante un salto, una corsa o un esercizio intenso senza sapere davvero come interpretarla.

Può chiedersi se sia normale, se dipenda dalla fatica, dal tipo di allenamento, dal post-parto, dal ciclo, dal pavimento pelvico o semplicemente da “una cosa che succede”. E quando un segnale resta senza parole, diventa difficile capire che cosa farne.

Il problema, quindi, non è solo che se ne parla poco. È che spesso manca una grammatica per leggere il segnale. Quando manca un linguaggio, manca anche la possibilità di fare domande precise e allora il sintomo resta in una zona grigia: non abbastanza chiaro da essere portato subito a un professionista, ma abbastanza presente da modificare il modo in cui l’atleta vive l’allenamento.

Quel segnale può influenzare la concentrazione, la scelta degli esercizi, l’intensità, la libertà di movimento. L’atleta può iniziare a organizzarsi intorno al problema senza nominarlo, limitandosi inconsapevolmente nel tentativo di proteggersi.

Questo passaggio sposta il focus dalla vergogna alla consapevolezza. Parlarne significa dare nomi e criteri per distinguere tra un episodio occasionale e un segnale da approfondire, permettendo a chi lavora con l’atleta di fare domande più mirate.

La consapevolezza nel lavoro con il corpo non nasce solo dal sentire, ma anche dal saper interpretare ciò che si sente. L’educazione e l’accompagnamento diventano fondamentali.

ragazza che fa esercizi di salti e appoggi

Il pavimento pelvico deve rispondere agli impatti, non solo essere forte

Per capire perché può succedere, bisogna uscire dall’idea del pavimento pelvico come zona da “stringere” o rinforzare in modo isolato.

Durante l’attività sportiva, il pavimento pelvico partecipa a un lavoro molto più dinamico. Contribuisce alla stabilizzazione del core, alla gestione delle pressioni interne, all’assorbimento degli urti e alla risposta al carico.

Un salto, per esempio, non è solo un movimento delle gambe. Coinvolge addome, diaframma, bacino e pavimento pelvico. L’atterraggio produce una forza che il corpo deve distribuire. Se questa distribuzione non è efficace, una parte del carico può concentrarsi verso il basso. Lo stesso vale per la corsa, per i cambi di direzione, per gli sport con impatti ripetuti o per gli allenamenti che combinano forza e velocità.

Nel corpo sportivo, quindi, il tema non è solo la forza. È la risposta. Quando arriva l’impatto, il sistema sa adattarsi? Quando aumenta la pressione interna, il respiro accompagna o si blocca? L’addome sostiene o spinge? Il bacino resta disponibile o trattiene? Il pavimento pelvico partecipa o subisce?

Queste domande sono più utili di una lettura unica basata sul rinforzo, perché riportano il pavimento pelvico dentro il sistema che lo coinvolge ogni volta che l’atleta si muove.

Parlarne prima significa proteggere meglio le atlete

A questo punto, parlare di incontinenza urinaria nelle atlete diventa già una forma di prevenzione. Non perché basti nominarla per risolvere il problema, ma perché il silenzio ritarda la comprensione, la richiesta di aiuto, la valutazione, l’adattamento dell’allenamento.

Quando una sportiva sa che una perdita urinaria durante l’attività fisica non è qualcosa da sopportare in silenzio, cambia il modo in cui legge quel segnale. Può osservarlo con un certo anticipo e chiedere prima. Questo non elimina il problema da solo, ma toglie uno dei freni più forti: quel tempo sospeso in cui l’atleta sente che qualcosa non va, ma non sa se può dirlo, se è importante, se riguarda davvero l’allenamento o se merita una valutazione.

Per questo il ruolo dei professionisti è fondamentale. Chi lavora con atlete deve poter creare uno spazio in cui questi segnali siano dicibili. Non in modo allarmistico, ma competente. Non per trasformare ogni perdita in un problema, ma per non lasciare che resti invisibile.

Nel Metodo Ipopressivo Multidisciplinare, questo significa osservare il corpo come sistema: postura, respiro, diaframma, addome, core, pavimento pelvico, carichi e pressioni non sono elementi separati.

Il MIM non propone un esercizio unico contro l’incontinenza. Accompagna invece un cambio di sguardo: leggere come il corpo dell’atleta organizza lo sforzo, dove trattiene, dove spinge, dove compensa e dove può ritrovare una risposta più funzionale.

In presenza di sintomi persistenti, dolore, peggioramento o dubbi, la valutazione specialistica resta sempre il riferimento necessario. Ma la prevenzione comincia anche prima: quando un segnale diventa dicibile, osservabile e comprensibile. Perché un’atleta non ha bisogno solo di allenarsi di più. Ha bisogno di essere accompagnata a conoscere meglio il corpo con cui si allena.

(Le immagini di questo articolo sono state generate con l’ausilio dell’AI)

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