Il movimento, per alcune persone, comincia molto presto e continua a evolversi, cambiando forma negli anni. È quello che emerge dal percorso di Silvia Pinna, danzatrice e insegnante che ha intrecciato danza e Pilates fino a incontrare il Metodo Ipopressivo Multidisciplinare. Nel suo racconto, il MIM non entra come disciplina separata, ma come uno strumento capace di dare più profondità al lavoro sul respiro, alla postura e al modo di insegnare.
L’inizio di un percorso
Silvia inizia a studiare danza a cinque anni, a Olbia. Fin da bambina sente che quella strada ha qualcosa di decisivo, e negli anni questa intuizione prende forma attraverso il trasferimento a Roma, le borse di studio, la formazione all’Accademia Nazionale di Danza e le esperienze con compagnie e centri professionali.
La danza contemporanea resta il centro della sua ricerca e diventa anche il suo lavoro. “Grazie alla danza ho vissuto esperienze meravigliose: ho viaggiato molto, partecipato a tournée nazionali e internazionali e incontrato tante persone”. Nel suo caso, il movimento non è stato solo una formazione tecnica, ma un percorso di crescita continua, personale e professionale.

Quando le discipline si incontrano
Accanto alla danza, nel tempo entrano anche altre pratiche. Il Pilates, in particolare, le offre un modo diverso di accompagnare le persone nella percezione del proprio corpo. “Mi ha dato uno strumento prezioso per aiutare le persone a percepire, ascoltare e conoscere meglio il proprio corpo”, racconta.
Anche il Body Flying fa parte di questo tragitto. Un’ esperienza che tiene insieme il lavoro corporeo con la dimensione del movimento che Silvia sente molto vicina, quella dei tessuti aerei, che ha studiato per alcuni anni e che continua a riconoscere come parte importante del suo percorso.
Ma l’aspetto più interessante non sta solo nella varietà delle discipline. Il punto chiave è il fatto che, poco alla volta, tutte queste esperienze iniziano a dialogare e a costruire un approccio più personale, in cui respirazione e postura diventano elementi sempre più trasversali.
MIM: una scoperta concreta
Il Metodo MIM arriva dentro un contesto in cui Silvia già insegna, in uno studio di Pilates e Yoga dove questo tipo di lavoro era già presente. La curiosità nasce da lì, ma si trasforma presto in una scelta precisa.
A colpirla non è solo l’impianto del metodo, ma anche ciò che succede sul suo corpo nel tempo. “Soffrivo di forti dolori pelvici mestruali e, nel tempo, sono diminuiti fino quasi a scomparire”. È un passaggio importante, perché il suo incontro con il MIM non resta teorico, ma si lega subito a un’esperienza concreta e osservabile.
A convincerla è anche la versatilità del lavoro. “Apprezzo molto anche la sua versatilità: è un metodo utile sia in presenza di situazioni corporee molto diverse tra loro, ad esempio ipertono o ipotono del pavimento pelvico, sia come lavoro di prevenzione.” È da questo momento che il MIM comincia a entrare nel suo lavoro quotidiano non come pratica da affiancare alle altre, ma come lente capace di renderle più leggibili.
La sfida del lasciar andare
Uno dei passaggi più interessanti del suo racconto riguarda il rapporto tra esperienza corporea e disponibilità reale al cambiamento. Da danzatrice, Silvia ha sviluppato una forte propriocezione e una buona capacità di sentire cosa accade nel corpo. Sa riconoscere gli errori, le correzioni, le risposte del movimento.
Eppure, proprio qui emerge il punto più interessante. “Il mio è anche un corpo molto tonico, tendente all’ipertono, abituato per genetica e allenamento alla tenuta”. Per questo, spiega, la sfida non è aggiungere altro controllo, ma imparare a rilasciare, a lasciare che il muscolo segua l’input del respiro senza intervenire subito con una contrazione eccessiva.
È un passaggio importante perché mostra qualcosa che nel lavoro corporeo non è sempre immediato: un corpo molto allenato non coincide automaticamente con un corpo disponibile. A volte la vera qualità da costruire non è la precisione, ma la capacità di lasciare spazio.

Il respiro al centro
Nel lavoro di Silvia, la respirazione è sempre stata importante. Già il Pilates le aveva dato strumenti per metterla al centro della pratica, ma con il MIM questo aspetto si è approfondito ancora di più. “Tutti respiriamo, ma non sempre lo facciamo in modo corretto, consapevole ed efficace”, osserva.
Nelle sue lezioni, questa scoperta è spesso uno dei primi passaggi significativi. Molte persone si accorgono per la prima volta di non sapere davvero come respirano. Da lì iniziano a percepire cambiamenti che non riguardano soltanto il respiro in sé, ma anche la postura, la presenza e il modo di riconoscere gli errori abituali.
Per Silvia, il respiro è il filo che attraversa tutto: la pratica personale, l’insegnamento, la qualità del gesto. Non è un dettaglio tecnico, ma il punto in cui il corpo comincia a raccontarsi in modo più chiaro.
Seminare consapevolezza presto
Questa attenzione al respiro e all’organizzazione del corpo entra anche nel suo lavoro con le allieve più giovani. Silvia osserva che già in età preadolescenziale e adolescenziale iniziano a comparire piccoli dolori alla schiena, al sacro o al basso ventre, segnali che meritano ascolto anche quando non sembrano importanti.
Per questo cerca di introdurre strumenti utili da affiancare alla danza e, in futuro, a qualunque altra disciplina le ragazze sceglieranno. “Cerco di insegnare loro a respirare in modo corretto e a integrare questa qualità anche nel movimento, per non sovraccaricare zone più fragili come addome, pavimento pelvico o colonna vertebrale”.
Qui il MIM si inserisce in modo molto naturale: non solo come supporto quando compare un problema, ma come educazione precoce all’ascolto e alla prevenzione.
Il tempo del corpo
Non tutti reagiscono allo stesso modo quando incontrano questo tipo di lavoro. Silvia lo dice con chiarezza: c’è chi si innamora subito della pratica e chi invece incontra più difficoltà, soprattutto quando si tratta di modificare schemi respiratori costruiti nel tempo. “Cambiare i propri schemi respiratori non è semplice, soprattutto se per anni il corpo ha funzionato in un certo modo”.
Per questo, nel suo racconto, torna spesso il tema della pazienza. Il lavoro non finisce a lezione e non produce risultati istantanei. Richiede continuità, ascolto e attenzione a ciò che succede nella quotidianità. Ma proprio lì, poco alla volta, qualcosa cambia davvero: il corpo diventa più leggibile, il respiro più presente, il movimento meno trattenuto.
È anche da questa esperienza che nasce il desiderio di Silvia di portare sempre di più il MIM dentro il suo lavoro e nelle classi che accompagna ogni giorno, e divulgarlo anche all’esterno attraverso i suoi social. Per chi insegna movimento, postura o lavoro corporeo, la formazione MIM può rappresentare un’occasione concreta per acquisire nuovi strumenti di osservazione, integrare il respiro nella pratica e costruire un approccio ancora più consapevole per chi si allena.
